Il paradosso del 2025. Cosa abbiamo imparato parlando di ESG con le aziende

Cosa abbiamo imparato nel 2025 parlando di ESG con le aziende

Se guardiamo al dibattito pubblico, il 2025 sembrerebbe l’anno dei ripensamenti. 

L’Europa che ammorbidisce alcune regole sulla sostenibilità. 
Negli Stati Uniti, diverse grandi aziende (Fortune 500) hanno rimosso o ridotto l’uso esplicito dei termini DEI, equity, inclusion nei documenti pubblici. Un clima di backlash culturale che fa pensare a una frenata, se non a un’inversione. 

Eppure, guardando i dati, la realtà racconta altro. 

Per la prima volta nella storia, solare ed eolico hanno superato il carbone nella produzione globale di energia. Il 66% degli investimenti energetici mondiali — 2,2 trilioni di dollari — è oggi diretto verso tecnologie pulite. I fondi con criteri ESG avanzati hanno performato meglio o in linea con i benchmark tradizionali nel 68% dei casi. Le startup italiane hanno visto crescere gli investimenti del +32% in un solo anno. 

Il 2025 non è stato un anno di ritorno al passato. 
È stato un anno in cui il rumore ha nascosto il lavoro reale. 

Nel 2024–2025 l’Europa ha rallentato e modulato, non smantellato, alcune misure ESG, soprattutto per: 

  • ridurre il carico amministrativo sulle PMI 
  • evitare sovrapposizioni tra CSRD, CSDDD, Tassonomia UE 
  • rispondere alle pressioni di settori industriali energivori e manifatturieri

Esempi concreti? 

  • Revisione e semplificazione di requisiti CSRD per le aziende di minori
  • Posticipazioni e chiarimenti applicativi su supply chain due diligence
  • Maggiore flessibilità su tempistiche e granularità dei dati richiesti 

Ma nessun arretramento sugli obiettivi strutturali

  • Confermato target –90% emissioni entro il 2040
  • Confermata integrazione clima e biodiversità nei criteri di rischio finanziario (BCE, EBA)
  • Rafforzato il legame tra sostenibilità e politica industriale (PNRR, bandi regionali, fondi transizione) 

La sostenibilità ha smesso di essere una posizione.
È diventata una capacità.

Parlando con aziende di settori diversi — energia, industria, fashion, costruzioni, servizi, finanza — il cambio di tono è stato evidente. 

Non si discute più se fare sostenibilità. 
Si discute come farla funzionare. 

Nel 2025, oltre il 70% delle grandi aziende europee ha integrato obiettivi ESG direttamente nei piani industriali, non come allegato o risposta normativa. Quelle che lo hanno fatto mostrano una resilienza finanziaria superiore del 15–20% nei settori più esposti alla volatilità. 

La differenza non la fanno le dichiarazioni. 
La fa la struttura.

Il vero tema emerso nel 2025: tenere insieme complessità, dati e decisioni.

In quasi tutte le conversazioni, il punto di frizione è stato lo stesso.

Molti dati, molte iniziative, poca leggibilità. 
Report solidi, ma scollegati dalle decisioni operative. 
Investimenti reali, difficili da dimostrare in modo coerente nel tempo.

Dicembre, più di altri mesi, lo rende evidente: non è il momento dei bilanci celebrativi, ma quello in cui un anno diventa finalmente comprensibile. E il problema non è la mancanza di azione, ma l’assenza di sistemi capaci di connettere azione, misurazione e strategia. 

Un deep dive: fashion e luxury (ma non solo)

Il fashion & luxury rende questo passaggio particolarmente visibile, perché è un settore esposto sia sul fronte ambientale che reputazionale. 

Nel 2025, oltre il 60% dei brand premium ha avviato progetti strutturali su tracciabilità, supply chain responsabile e materiali alternativi. Tuttavia, solo il 22% riesce oggi a tradurre questi investimenti in una narrazione chiara e credibile per clienti e stakeholder. 

Non è un’anomalia del settore. 
È un anticipo di ciò che sta accadendo altrove. 

Costruzioni, agroalimentare, mobility ed energia stanno vivendo la stessa tensione: fare non basta più. Senza sistemi che colleghino dati, prodotto e impatto, la credibilità resta fragile. Il Digital Product Passport nel fashion, come strumenti analoghi in altri settori, non nasce per comunicare meglio, ma per dimostrare coerenza. 

Persone, lavoro, leadership: il dato che smonta la retorica

Il 2025 ha chiarito anche un altro punto: la sostenibilità non è solo ambientale. 

Il 72% dei lavoratori USA dichiara burnout, con picchi del 74% nella Gen Z. Al tempo stesso, le aziende che investono in wellbeing e brain health registrano +20% di produttività e +10% di retention. 

Il 71% dei leader riconosce che la competenza più critica oggi è guidare attraverso il cambiamento, ma in Italia meno di un’azienda su tre si sente davvero preparata a gestire polarizzazione culturale e nuove sensibilità sociali. 

Anche qui, il problema non è l’intenzione. 
È la capacità di governare la complessità senza bloccare l’organizzazione.

AI e tecnologia: quando la velocità supera la governance.

Il 2025 ha segnato la fine dell’illusione che l’AI sia ancora sperimentazione. 

Il 54% dei lavoratori globali ha già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale, e nei team tecnici l’aumento di produttività supera spesso il 50%. Poi arriva il segnale che cambia il tono: Salesforce annuncia 4.000 posti eliminati. 

La tecnologia corre. 
La governance insegue. Le aziende più mature hanno iniziato a porsi una domanda diversa: come adottare l’AI senza erodere fiducia, reputazione e capitale umano? Con l’AI Act europeo, trasparenza e responsabilità sono entrate stabilmente nelle agende di board. 

Cosa resta del 2025, guardando avanti.

Il 2025 non è stato l’anno in cui la sostenibilità ha perso forza. 
È stato l’anno in cui ha smesso di essere un linguaggio e ha iniziato a pretendere infrastrutture. 

Le organizzazioni che hanno attraversato meglio questo periodo sono quelle che hanno investito in sistemi capaci di rendere le scelte misurabili, confrontabili, raccontabili e coerenti nel tempo. 

È qui che si colloca il lavoro di Innovamey: aiutare le aziende a trasformare dati, visione e cultura in architetture strategiche che tengano insieme impatto, persone e decisioni. E in questa stessa logica si inseriscono alleanze tecnologiche come TreeBlock, pensate per organizzare questa complessità – perché sì, la sostenibilità richiede profondità, e per renderla governabile, innovativa, accessibile e leva strategica. 

Perché il 2026 non chiederà nuove promesse. 
Chiederà continuità, precisione e responsabilità. 

E sarà su questo terreno — molto più che sulle dichiarazioni — che si giocherà la credibilità delle imprese nei prossimi anni. 

Innovamey è l’organizzazione che trasforma la sostenibilità in un vero motore di crescita, supportando le aziende nella progettazione di strategie sostenibili, nella trasformazione dei modelli di business e nella comunicazione d’impatto. Innoviamo prodotti e servizi ponendo la sostenibilità al centro, sviluppando soluzioni che combinano progresso, responsabilità e competitività. Non ci limitiamo a immaginare il futuro, lo costruiamo.

Abbiamo aiutato grandi organizzazioni a ripensare i propri processi in un’ottica di impatto positivo e risultati orientati al business: dall’evoluzione di prodotti e servizi per un mercato sempre più attento alla sostenibilità, alla creazione di operazioni volte ad attrarre e valorizzare talenti che comprendono l’importanza delle persone, del pianeta e della redditività.

Aiutiamo le organizzazioni a costruire una cultura sostenibile attraverso la formazione e una leadership consapevole, supportandole nella comunicazione autentica della loro trasformazione, affinché la sostenibilità diventi non solo un obiettivo, ma una realtà vissuta e condivisa.

Abbiamo svolto un ruolo di primo piano in eventi importanti come Climate Tech di IKN, Ethical HR di Team Different e Global Inclusion de Il Sole 24 Ore, contribuendo allo sviluppo di strategie che combinano il progresso economico con la responsabilità sociale e ambientale.

Innovamey è sinonimo di azione, impatto e trasformazione: collaboriamo con le aziende per costruire un futuro in cui sostenibilità sia sinonimo di innovazione, valore e crescita consapevole. Perché il cambiamento non è qualcosa di cui si parla. È qualcosa che si realizza.

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