Giornata Internazionale della Donna: riflessioni e progressi nel mondo del lavoro

L’8 marzo non è solo una data simbolica, è un momento di consapevolezza e azione. Celebriamo i successi femminili, ma al tempo stesso ci interroghiamo sulle sfide che ancora oggi impediscono una reale parità di genere. Il mondo del lavoro, la società, le istituzioni: siamo davvero pronti a garantire alle donne le stesse opportunità e gli stessi diritti degli uomini? 

Nonostante i progressi compiuti, il cammino è ancora lungo. Persistono disuguaglianze evidenti, dalla disparità salariale alla difficoltà di conciliazione tra carriera e vita familiare, fino alla violenza di genere, che rimane una piaga sociale inaccettabile. 

Gender Pay Gap: un divario ancora troppo profondo

Quanto vale il lavoro di una donna rispetto a quello di un uomo? Nel 2022, il differenziale retributivo di genere in Italia era del 5,6%, ma con differenze allarmanti: tra i laureati sale al 16,6% e tra i dirigenti addirittura al 30,8% (fonte: ISTAT). Se poi guardiamo il guadagno annuale medio, il divario raggiunge il 43%, ponendo l’Italia tra i paesi europei con le peggiori disparità. 

Ma perché accade tutto questo? Le cause sono molteplici: minori opportunità di carriera, maggiore presenza femminile nei settori meno retribuiti, difficoltà nell’accesso ai ruoli di leadership. E, ancora, la cultura di un sistema che troppo spesso penalizza la maternità, come se fosse un ostacolo e non un valore. 

Possiamo davvero parlare di progresso se una donna deve ancora lottare per ottenere uno stipendio equo? 

L’Italia continua a perdere terreno nella corsa verso la parità di genere. Secondo il Global Gender Gap Report 2024 del World Economic Forum, il nostro Paese si è posizionato all’87º posto su 146, con un punteggio di 0,703 su 1. Un dato allarmante, che segna un arretramento di otto posizioni rispetto all’anno precedente, segnalando una preoccupante stagnazione nel superamento delle disparità di genere. 

Per fortuna i segnali positivi non mancano. Karen Nahum, Direttrice Generale Publishing e Digital de Il Sole 24 Ore, nel corso di un’intervista ci ha raccontato il percorso verso la parità di genere intrapreso con successo dal Gruppo Editoriale:

  • Stella McCartney – Pioniera della moda sostenibile, utilizza materiali riciclati e vegani, evitando l’uso di pelle e pellicce. Il suo impegno per l’ambiente è un modello per l’intero settore.
  • Prada – Ha lanciato la linea Re-Nylon, trasformando reti da pesca e rifiuti plastici in nylon rigenerato ECONYL®, con l’obiettivo di sostituire tutto il nylon vergine entro il 2021.
  • Gucci – Ha eliminato l’uso di pellicce e si impegna in pratiche di produzione sostenibili, dimostrando che l’etica può convivere con l’estetica nel lusso.  
  • Burberry – Ha adottato iniziative per ridurre l’impatto ambientale, come l’utilizzo di materiali sostenibili e la promozione del riciclo.
  • Veja: Brand di calzature che utilizza cotone organico, plastica riciclata e gomma selvatica, con un forte impegno per la trasparenza e la responsabilità ambientale.
  • Pangaia: Innovativo marchio che impiega materiali come alghe riciclate e cotone biologico, promuovendo processi di produzione e imballaggi ecocompatibili. 
  • Mara Hoffman: Utilizza tessuti e materiali green, come il Tencel e l’Econyl, e impiega processi di produzione rispettosi dell’ambiente, arrivando fino al riciclo dei capi usati.
  • Collina Strada: Marchio newyorkese che propone capi realizzati con materiali riciclati ed ecologici, prodotti localmente per ridurre l’impatto ambientale.
  • Carmina Campus: Fondato da Ilaria Venturini Fendi, combina i valori tradizionali del lusso con la responsabilità etica, creando accessori unici da materiali riciclati.
  • Eileen Fisher: Marchio noto per l’eleganza senza tempo e l’impegno verso la sostenibilità, utilizzando materiali biologici e riciclati nei suoi capi 

Questo cambiamento si riflette non solo nell’adozione di pratiche sostenibili, ma anche nell’impegno verso l’innovazione sociale, i diritti umani e l’accessibilità. Ecco alcuni esempi che illustrano questa evoluzione:  

Ma uno dei nodi più critici in Italia resta la partecipazione economica: solo il 70,1% delle donne a livello nazionale è attivo nel mercato del lavoro, eppure la loro presenza nelle posizioni di leadership rimane marginale, mentre il divario salariale continua a pesare. Non sorprende, quindi, che l’Italia scivoli al 95º posto nella classifica globale sulla parità retributiva. 

Il dato forse più sconfortante riguarda l’occupazione femminile: con un tasso del 56,5% tra le donne tra i 20 e i 64 anni, l’Italia si colloca all’ultimo posto in Europa. Un divario impressionante se confrontato con Germania (77,4%) e Francia (71,7%), a testimonianza di un mercato del lavoro che ancora fatica a garantire pari opportunità alle donne. Una situazione che impone una riflessione urgente: quanto ancora dovremo aspettare per un reale cambiamento? 

L’imprenditoria come risposta

“Alcune donne scelgono di trasformare le difficoltà in impresa, il talento in opportunità, la sfida in riscatto. L’imprenditoria per me è una soluzione potente. È la possibilità di trasformare talento e passione in qualcosa di concreto, senza aspettare il permesso di nessuno. Significa prendere in mano il proprio futuro, dando spazio alle proprie ambizioni. È un atto di libertà: creare, innovare, provare a fare la propria parte.”

Conciliazione vita-lavoro: un equilibrio impossibile?

Carriera o famiglia? Ancora oggi, per molte donne questa sembra una scelta obbligata. Nonostante il tema riguardi tutti i genitori, la bilancia pende ancora troppo spesso a sfavore delle donne. Perché? 

La carenza di servizi di supporto adeguati, la radicata idea di un modello familiare in cui la gestione domestica è prevalentemente femminile, la scarsa flessibilità dei luoghi di lavoro: sono tutti fattori che rendono questo equilibrio estremamente precario. 

E le conseguenze? Minori opportunità di carriera, più contratti part-time (spesso non per scelta), una continua corsa contro il tempo per riuscire a far quadrare tutto. 

“Ogni giorno è una sfida contro il tempo: lavoro, figli, casa. Mi chiedo spesso se sto facendo abbastanza, se sto facendo bene. Cerco di tenere tutto in equilibrio, senza lasciare che il senso di colpa prenda il sopravvento quando qualcosa resta indietro o quando la perfezione sfuma. Non si dovrebbe dover scegliere, non si dovrebbe dover rinunciare. Servono più supporto, più flessibilità, più consapevolezza.”

Violenza di genere: un fenomeno inaccettabile

Siamo nel 2025, eppure il numero di donne vittime di violenza non smette di crescere. Nel 2024, in Italia si sono registrati 113 femminicidi, la maggior parte dei quali commessi da partner o familiari (fonte: AP News). E non sono solo numeri: sono storie di vite spezzate, di sogni interrotti, di paura quotidiana. 

Nel 2024, gli ammonimenti per stalking sono aumentati del 44% e quelli per violenza domestica del 126% (fonte: Ministero dell’Interno). Questi dati parlano chiaro: la violenza sulle donne non è un’emergenza, è un problema strutturale

Possiamo davvero definirci una società civile se ancora oggi molte donne devono temere per la propria incolumità dentro le loro stesse case? 

Ne abbiamo parlato anche il 25 novembre, con Aram Mbow, nel corso della Giornata contro la Violenza di Genere.

Un passo avanti: il femminicidio come reato autonomo 

Di fronte a questa emergenza, il Governo italiano ha recentemente approvato un disegno di legge che introduce il reato autonomo di femminicidio, punibile con l’ergastolo (fonte: Il Fatto Quotidiano). Questa misura rappresenta un segnale importante: la violenza di genere viene finalmente riconosciuta come un fenomeno che necessita di una risposta forte e specifica. 

Ma basterà una nuova legge a fermare questa tragedia? Sicuramente no. Serve un cambiamento culturale, servono azioni concrete per proteggere le vittime e prevenire la violenza. Serve una rivoluzione sociale che metta al centro il rispetto e la parità. 

Verso un futuro più equo: piccoli passi, grandi speranze 

Nonostante tutto, ci sono segnali di cambiamento. Nel 2024, il 36% dei manager in Italia era donna, superando per la prima volta la media dell’Eurozona (fonte: Eurostat). Sempre più aziende stanno adottando politiche di inclusione e parità salariale. La sensibilizzazione su questi temi è in crescita. 

Ma è sufficiente? Se vogliamo davvero costruire una società più giusta, dobbiamo continuare a lottare per politiche inclusive, per un ambiente di lavoro equo, per un mondo dove nascere donna non significhi partire svantaggiata. 

L’8 marzo: un giorno per riflettere e agire 

La Giornata Internazionale della Donna non deve essere solo una celebrazione, ma un momento per chiederci: cosa possiamo fare per cambiare davvero le cose? 

Abbiamo il dovere di continuare a parlare di parità, di pretendere azioni concrete, di costruire un futuro in cui nessuna donna debba più lottare per ottenere ciò che le spetta di diritto. Perché la parità di genere non è un favore, è giustizia. 

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