Milano‑Cortina 2026: la sostenibilità che resta (o che manca?)

Si sono chiusi i Giochi di Milano-Cortina 2026

Le medaglie sono state assegnate, le piste si svuotano, ma momentaneamente: il 6 marzo sono infatti iniziate le paralimpiadi. 

Non è finita: le Paralimpiadi come test di realtà 

Dal 6 al 15 marzo, le luci si riaccendono per le Paralimpiadi. Non è un’appendice, ma il momento in cui l’inclusione diventa pratica. Inclusione significa vedere l’atleta prima della disabilità: non “eroi” da ammirare per sforzi straordinari, ma professionisti d’élite valutati per la loro competenza tecnica. Nelle gare non cerchiamo ciò che manca, ma la bellezza di ciò che c’è: un talento che non ha uno standard fisso, ma infinite forme di espressione e record mondiali. 

Saranno presenti 665 atleti provenienti da oltre 90 Paesi, che si sfideranno in 79 eventi medagliati distribuiti in 6 discipline paralimpiche (sci alpino, biathlon, sci di fondo, Para Ice Hockey, snowboard e wheelchair curling). Questa edizione è potenzialmente la più numerosa di sempre nei Giochi Paralimpici Invernali: se tutte le quote previste vengono occupate, supererà il record precedente di PyeongChang 2018.   

Guardare le Paralimpiadi è un atto di responsabilità collettiva. Se la presenza di corpi e abilità diverse nello spazio pubblico diventa “normalità visiva” e non eccezione, abbiamo vinto la sfida culturale. Ma c’è anche una dimensione economica: il nostro interesse come spettatori attira sponsor e investimenti, garantendo agli atleti la dignità professionale e la parità di trattamento che meritano. Sostenere questi Giochi significa decidere, con il nostro sguardo, che l’inclusione è uno standard e non un optional. 

Parallelamente ora inizia la parte più difficile: capire cosa resta davvero. 

Analizzare Milano‑Cortina 2026 non significa schierarsi tra entusiasti e detrattori, ma avere il coraggio di abitare la contraddizione: riconoscere se e dove il progetto ha zoppicato e dove, invece, ha seminato un cambiamento reale. 

Perché la sostenibilità di un grande evento non si misura nei 17 giorni di gare, ma nel modo in cui è stato strutturato e soprattutto negli anni successivi. E il punto non è scegliere tra entusiasmo o critica. È tenere insieme le due cose. 

Milano ha retto. E questo conta.

Alla vigilia si temeva congestione, disagi, una città sotto stress. 
Milano non solo ha retto: ha sorpreso. 

La gestione urbana è stata solida: il trasporto pubblico è stato prolungato nelle ore serali, i flussi sono stati distribuiti e la città non ha vissuto la frenesia collettiva che molti temevano. Il braciere olimpico all’Arco della Pace ha funzionato da simbolo urbano accessibile e diffuso. 

Secondo le stime ufficiali, ai Giochi hanno partecipato circa 2.900 atleti provenienti da oltre 90 Paesi, con un totale di oltre un milione e mezzo di spettatori in presenza e una audience televisiva globale cumulata superiore ai 3–4 miliardi di contatti. Un impatto mediatico e turistico significativo, che ha amplificato la visibilità internazionale dei territori coinvolti. 

A livello sportivo, è stato un successo. Ma è solo l’inizio del bilancio.

1. Sostenibilità sociale: quando lo sport cambia la narrazione

Rappresentazione e inclusione ​​

Le Olimpiadi non sono solo gare. Sono uno spazio pubblico in cui si costruiscono immagini di società. 

Milo, la mascotte paralimpica, è stato concepito con una differenza di arto: non ha una zampa e si sostiene con la coda. Non è un dettaglio grafico, ma una scelta culturale. La disabilità è parte dell’immaginario ufficiale. 

Se Milo non è rimasto un semplice gadget ma ha aperto conversazioni su diversità e rappresentazione, allora abbiamo mosso passi concreti verso l’abbattimento di stereotipi. 

Progetti come STAI 2 in Lombardia (un’iniziativa della Regione Lombardia con più di 6 milioni di euro di budget dedicati allo sviluppo di un’offerta turistica inclusiva con audiodescrizioni, interpretariato LIS e percorsi accessibili) non sono stati solo strumenti “da evento”, ma potenziali standard per servizi territoriali duraturi. 

Parità di genere

Questa è stata l’edizione olimpica invernale con il più alto numero di atlete donne in assoluto: circa il 47% delle partecipanti, un dato in crescita rispetto alle precedenti edizioni.  

L’inchino simbolico tra atlete come Federica Brignone e Sofia Goggia al traguardo racconta una narrazione di riconoscimento reciproco e rispetto, oltre la competizione. 

La leggenda Lindsey Vonn ha ricordato, nel suo dialogo pubblico, che il fallimento non è l’opposto della vittoria: è parte del percorso umano, un messaggio culturale importante in un contesto iper‑performativo come quello sportivo. 

Sport, memoria e regole 

L’atleta Vladyslav Heraskevych avrebbe voluto gareggiare con un casco che riportava i volti di sportivi ucraini morti nella guerra, ma gli è stato vietato in gara dal regolamento internazionale del CIO perché ritenuto contrario alle norme su espressioni politiche in competizione. Questo episodio ha riaperto il dibattito sul confine tra memoria personale e norme di neutralità.  

Lo sport è cultura. Ciò che accade in pista influenza il modo in cui guardiamo il lavoro, il merito, la leadership.

2. Sostenibilità ambientale: promesse, numeri, tensioni

Sul piano ambientale il giudizio è più complesso. Il Comitato Organizzatore ha posto la sostenibilità al centro del progetto, con alcune scelte significative:

  • Circa l’85% delle sedi di gara è costituito da impianti esistenti o temporanei, uno dei tassi di riuso più alti nella storia recente delle Olimpiadi invernali. 
  • Tutte le strutture competitive e non competitive sono state alimentate da energia elettrica da fonti rinnovabili certificate (quasi 100%), con generatori temporanei alimentati da bio‑HVO. 
  • Riciclo urbano mirato (circa il 70% dei rifiuti), recupero di cibo e riuso di oltre 24.000 materiali logistici provenienti da Parigi 2024 sono elementi concreti di un modello di economia circolare. 

Questi numeri mostrano che Milano‑Cortina ha adottato una progettazione più attenta all’ambiente rispetto a molti eventi simili.

Eppure restano criticità: 

  • Il nodo idrico: la dipendenza quasi totale dalla neve artificiale ha richiesto un prelievo idrico ed energetico massiccio, mettendo sotto pressione le risorse locali e sollevando domande sulla sostenibilità a lungo termine delle discipline invernali in un clima che si sta rapidamente riscaldando. 
  • La rete elettrica italiana resta in parte dipendente da fonti fossili, quindi il contributo complessivo alla riduzione delle emissioni globali è parziale.  
  • L’impatto del “modello diffuso”: se da un lato l’uso di sedi preesistenti evita nuove cementificazioni, la scelta di un evento così frammentato tra Milano, Cortina e altre valli ha costretto atleti, staff e spettatori a percorrere distanze enormi. Questo “pendolarismo olimpico” ha generato emissioni di CO2  molto più elevate rispetto a una configurazione tradizionale concentrata in un’unica area. 
  • La ferita di Cortina: la costruzione del nuovo Sliding Center ha avuto un costo ecologico altissimo: l’abbattimento di 500 larici secolari per far spazio alla pista. Un intervento che ha sollevato forti proteste, poiché sacrifica un patrimonio naturale insostituibile in nome di un impianto ad alta intensità energetica (per la refrigerazione) in un’epoca di crisi climatica. 

In sintesi: gli sforzi tecnologici e di gestione sono apprezzabili, ma non nascondono il fatto che la sostenibilità ambientale richiede visioni di lungo periodo e non certificazioni di facciata. 

3. Sostenibilità economica: crescita sì, ma per chi e per quanto?

L’impatto economico stimato complessivo per i territori coinvolti si avvicina ai 6 miliardi di euro, tra investimenti infrastrutturali e spesa turistica legata ai Giochi.  

Le infrastrutture sono state accelerate. L’occupazione temporanea è aumentata: 200.000 posti di lavoro temporanei, 4.500 assunzioni dirette, 100 startup accelerate dall’Olympic Innovation Lab, 200 milioni investiti in sport-tech. e i territori hanno beneficiato di una visibilità internazionale senza precedenti. 

Ma la sostenibilità economica non è solo indotto. 

I costi complessivi dell’evento – tra organizzazione e opere – hanno superato le stime iniziali, con ritardi e aumenti dei prezzi delle materie prime che hanno inciso sui bilanci pubblici. 

E qui entra in gioco il tema dell’accessibilità. 

I prezzi dei biglietti sono stati, per molti, una barriera concreta. Un evento pubblico che diventa accessibile solo a una fascia ristretta apre una contraddizione: la multilateralità dello sport dovrebbe essere occasione di partecipazione ampia, non privilegio. 

Il modello economico del Comitato Olimpico Internazionale e delle città candidate deve trovare un equilibrio più chiaro tra sostenibilità finanziaria e accesso democratico. 

4. Legacy: la parte che non finisce con la cerimonia di chiusura

Il vero banco di prova di un’Olimpiade è ciò che accade quando le telecamere se ne vanno. 

L’esperienza di Torino 2006 resta un case study imprescindibile. Impianti come la pista da bob di Cesana o i trampolini di Pragelato hanno evidenziato la fragilità di infrastrutture costruite senza una domanda d’uso stabile, con costi di realizzazione e di gestione sproporzionati rispetto alla pratica diffusa delle discipline. 

Quando un’infrastruttura nasce senza una filiera stabile di utilizzo, senza una comunità di praticanti ampia e senza un modello economico sostenibile, il rischio, oltre all’abbandono, èl’obsolescenza programmata. La dislocazione delle varie sedi sportive per Milano Cortina è un aiuto in questo senso ed è qui che dimostreremo o meno di aver imparato la lezione. 

La costruzione del nuovo Sliding Center di Cortina apre domande strutturali: quanta domanda esiste davvero in Italia per discipline come bob, slittino e skeleton? Con quale modello economico si sosterranno i costi di gestione tra 5, 10, 15 anni?  

La sostenibilità si misura anche dalla capacità di allineare investimento pubblico, utilizzo reale e visione di lungo periodo. Un’infrastruttura può essere tecnologicamente avanzata e certificata, ma se non ha continuità di uso, non sarà sostenibile. 

5. E ora? La vera prova inizia adesso

Per Milano alcuni segnali sono incoraggianti: 

  • Il Villaggio Olimpico è stato concepito per diventare residenze universitarie e spazi abitativi sostenibili.  
  • L’Arena ha dimostrato funzionalità durante i Giochi e potenziale continuità d’uso locale. 
  • La volontà di mantenere un palazzo del ghiaccio in città è un segnale di continuità sportiva e sociale.

Chi utilizzerà queste strutture tra dieci anni? Con quali costi di gestione? Con quale impatto ambientale continuativo? Ogni infrastruttura dovrebbe includere nel proprio piano economico anche la dismissione futura: programmare la fine è parte della sostenibilità. 

Milano‑Cortina 2026 non è un caso da etichettare come successo o fallimento. Da un lato è uno specchio delle nostre contraddizioni. Ma ha anche mostrato che una città può alzare l’asticella dei servizi e reggere una maggiore apertura. 
Ha prodotto immagini di inclusione che restano. 
Ha accelerato infrastrutture con potenziale di riuso. 
Ha esposto tensioni ambientali, costi elevati e scelte discutibili. 

La sostenibilità non è un traguardo statico. È una tensione continua tra ambizione e responsabilità. 

Le medaglie appartengono agli atleti. La legacy appartiene ai territori.

E se le Olimpiadi misurano l’eccellenza atletica universale, le Paralimpiadi misurano quanto una società è davvero capace di includere. Milano‑Cortina 2026 è l’occasione per guardare oltre lo sport e avviare un nuovo standard, per l’Italia e non solo, e ci lascia un’eredità che va oltre medaglie, impianti e numeri. La domanda, ora, è semplice e radicale: Milano e Cortina riusciranno a mantenere gli standard promessi anche “a Giochi finiti”? 

Innovamey è l’organizzazione che trasforma la sostenibilità in un vero motore di crescita, supportando le aziende nella progettazione di strategie sostenibili, nella trasformazione dei modelli di business e nella comunicazione d’impatto. Innoviamo prodotti e servizi ponendo la sostenibilità al centro, sviluppando soluzioni che combinano progresso, responsabilità e competitività. Non ci limitiamo a immaginare il futuro, lo costruiamo.

Abbiamo aiutato grandi organizzazioni a ripensare i propri processi in un’ottica di impatto positivo e risultati orientati al business: dall’evoluzione di prodotti e servizi per un mercato sempre più attento alla sostenibilità, alla creazione di operazioni volte ad attrarre e valorizzare talenti che comprendono l’importanza delle persone, del pianeta e della redditività.

Aiutiamo le organizzazioni a costruire una cultura sostenibile attraverso la formazione e una leadership consapevole, supportandole nella comunicazione autentica della loro trasformazione, affinché la sostenibilità diventi non solo un obiettivo, ma una realtà vissuta e condivisa.

Abbiamo svolto un ruolo di primo piano in eventi importanti come Climate Tech di IKN, Ethical HR di Team Different e Global Inclusion de Il Sole 24 Ore, contribuendo allo sviluppo di strategie che combinano il progresso economico con la responsabilità sociale e ambientale.

Innovamey è sinonimo di azione, impatto e trasformazione: collaboriamo con le aziende per costruire un futuro in cui sostenibilità sia sinonimo di innovazione, valore e crescita consapevole. Perché il cambiamento non è qualcosa di cui si parla. È qualcosa che si realizza.

Iscriviti alla newsletter Echoes di Innovamey